• Mar. Mag 21st, 2024

la Grafite

Natura, eventi, territorio

“Sicurezza” e prevenzione in escursionismo ed escursionismo avanzato: il nuovo volume di Marco Blatto

DiElena.Caligiuri

Apr 23, 2024

Servizio a cura di Roberto Bergamino

Per la collana “I manuali dell’escursionista” di Escursionista Editore, è uscito il nuovo volume : “Sicurezza” e prevenzione nell’escursionismo ed escursionismo avanzato.
Ne parliamo con l’autore Marco Blatto, alpinista di lunga esperienza, divulgatore, presidente del Gruppo italiano scrittori di montagna e referente dell’area editoriale del Club alpino italiano.

“Sicurezza” e “prevenzione”, un tema di attualità per quanto riguarda la montagna…

≪Oserei dire “troppo”, addirittura un’ossessione controproducente. Bisogna partire dal presupposto che in montagna, fuori dalla cosiddetta confort zone, la sicurezza non esiste e nessuno la può garantire. Possiamo continuare a riempire la comunicazione con slogan come “sicuri in montagna” o in “montagna in sicurezza”, che rispondono a logiche forse più di marketing che della realtà. E’ indubbio, però, che il numero di frequentatori della montagna sia cresciuto esponenzialmente, escursionisti, arrampicatori, scialpinisti e che un problema di “sicurezza” ci sia.
Certamente viviamo nell’epoca dei social media e, di conseguenza, l’informazione corre veloce, così come la diffusione dei nuovi modelli attrattivi. Oggi tutti hanno fretta di conseguire dei risultati per ottenere consenso sociale, magari anche solo tra gli amici virtuali. Forse il vero problema è questo, ossia che quell’approccio alla montagna, un tempo più graduale e basato sull’apprendimento nel tempo, sulla
sedimentazione delle esperienze e delle informazioni, oggi è stato del tutto annullato. Oggi si vuole tutto e subito, specialmente una rapida legittimazione nel mondo della montagna. Questo vale non solo per i più virtuosi, ma per molti e non ci si deve stupire se nella massa ci sia chi non ha neppure le capacità fisiche necessarie o chi nel suo piccolo vuole “azzardare”. Quando sei continuamente bombardato sui
social media da reel, o “storie” sempre più estreme, che sostanzialmente ti dicono erroneamente che “si può fare”, è ovvio che a ogni livello della catena ci siano delle ripercussioni. Il problema sta proprio nel “come” si può fare un’attività. Tuttavia trasformare un fenomeno sociale in un allarme sociale, è profondamente sbagliato quanto pericoloso. Bisognerebbe smetterla con il terrorismo mediatico»

Quali potrebbero essere le soluzioni?

≪Pensare di cambiare un periodo e un fenomeno sociale è un’utopia. Sarebbe stato come tentare di opporsi alla “battaglia del sesto grado” negli anni Trenta del Novecento o alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta, anche in montagna.
Penso che però sia possibile creare una controcultura iniziando a usare un linguaggio nuovo, per esempio cominciando a eliminare la parola “gita” dall’escursionismo o dallo scialpinismo, perché fornisce un’idea sbagliata, così come bisognerebbe utilizzare il più ragionevole concetto di “maggiore sicurezza” in sostituzione di “sicurezza”. Non a caso mi sono battuto con l’editore perché questo termine fosse virgolettato nel titolo della mia pubblicazione. Poi, sarebbe necessario investire nella geografia e nell’educazione alpina fin dalla scuola primaria. Non si può pensare di fare dell’escursionismo o dell’alpinismo solo avendo dei mezzi tecnici o delle capacità fisiche a disposizione. La consapevolezza dei luoghi è alla base di quella tanto invocata “sicurezza” e di quel senso dell’ambiente che poi da adulti si rivela senza basi. Anche l’”etica” della frequentazione andrebbe rivista così come quella della comunicazione. Ci vorrebbe però un giornalismo competente della montagna che un tempo era affidato alle riviste specializzate e oggi è prerogativa di pochissimi web journal. Per il resto imperversa la caccia al sensazionalismo, la morbosità della ricerca della colpa e dell’irresponsabilità di chi è in difficoltà ed è soccorso. Il tutto in un grande clima di gogna mediatica dove chiunque può dire la sua. Sbagliare è diventato un problema sociale. Tuttavia anche gli alpinisti esperti, quelli “grandi”, le guide alpine e gli istruttori sbagliano e non così di rado. Anche se per questi vige una specie di benevolenza. Credo anche che bisognerebbe rivedere l’etica della comunicazione delle istituzioni e di certi “enti” legati alla montagna, che oggi mi paiono essersi piegati alla logica della ricerca del consenso più che a fare dell’informazione davvero utile».


Tornando al manuale allo specifico, cosa ci puoi dire?

≪Oggi ci sono tantissimi manuali a disposizione, anche se leggere è diventato un fatto sempre più raro, proprio in quell’ottica diffusa di “superficialità dell’apprendimento”. Innanzi tutto bisognerebbe chiedersi chi è che può scrivere un manuale. La risposta che mi sono dato prima di iniziare questo lavoro è piuttosto semplice: chi ha maturato delle conoscenze tecniche, indubbiamente, ma soprattutto chi ha un’esperienza di montagna costruita nelle situazioni reali e nel tempo. Insomma, l’alpinismo bisogna averlo fatto davvero e non è sufficiente tramandare quello che a propria volta si è appreso in un corso di formazione. Semmai potrà andare bene per insegnare una tecnica, ma la montagna è un qualcosa di ben più complesso. Questa pubblicazione non ha alcuna pretesa di rappresentare il “verbo” della montagna, ma è una raccolta di esperienze vissute. E’ la mia visione. Non sostituisce i preziosi corsi del Club alpino italiano e neppure l’esperienza sul campo di ciascuno, che resta il metodo migliore per imparare. Non
approfondisco in modo ossessivo alcun tema, stimolando così ad andare oltre e a non fermarsi solo a questo contenuto. In questa prima parte di un lavoro che abbraccerà in seguito anche l’alpinismo più specifico, gli argomenti che tratto riguardano quello che potremmo definire escursionismo di base e avanzato.
Quest’’ultimo, che possiamo altresì identificare come “introduzione all’alpinismo”, è la chiave d’accesso a un’attività più tecnica e complessa. Bisogna avere cognizioni di materiali e attrezzature, di geologia, di meteorologia, di nivologia. In questo mi sono tornati utili, non solo l’esperienza di alpinista ma anche gli studi e i tanti anni di lavoro come tester e consulente di attrezzature per la montagna».


Un occhio più attento alla natura piuttosto che alla tecnologia, si evince dal manuale…

≪Come alpinista mentirei se non dicessi che l’evoluzione tecnologica dei materiali ci ha permesso di migliorare nelle tecniche e dunque anche nella maggiore sicurezza.
Io questa evoluzione l’ho vissuta in quarant’anni di montagna. Tuttavia ci sono dei limiti che dovremmo provare a rispettare. Non si può basare la fiducia in se stessi, per esempio, sapendo che in alta montagna si sono facilitati i percorsi e attrezzati dei rientri con protezioni fisse. E’ un’illusione che dà a molti il coraggio di tentare anche senza avere la necessaria consapevolezza delle proprie reali capacità. Tentare, dove con discese più lunghe e pericolose o senza chiodi sui passaggi difficili non si sarebbe mai tentato. L’alta montagna non è una palestra d’arrampicata. Questo per dire che anche il fatto di invitare chiunque a scaricare la recente App. di geo- localizzazione (GeoResQ) per essere soccorsi in montagna, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Un alpinista degno di tal nome, per esempio, accetta le regole del
gioco e sa fino a dove può azzardare. Non conta certo troppo sulla tecnologia salvifica o in ogni caso dovrebbe limitarsi. Vi è però un mondo in crescita di appassionati che credono che con un’APP in caso di necessità saranno comunque trovati e salvati e un abuso improprio rischia di allontanare dalla possibilità di acquisire affinità con la natura, consapevolezza dei limiti e preparazione concreta. Senza contare che potrebbero aumentare anche quegli episodi di abuso di richiesta di soccorso o di “elitaxi”, che poi non si perde tempo a condannare sui social media.
Dobbiamo riappropriarci del rapporto cognitivo con lo spazio geografico della montagna e smetterla di pensare che sia solo un campo sportivo dove siamo noi a stabilire le regole. Solo così, forse, potremmo aspirare a una maggiore “sicurezza” emancipandoci dai proclami e dai dogmi che qualcuno vuole stabilire. Bisogna avere inoltre avere il coraggio di mettersi in cammino, in modo graduale, consapevole e
umile di fronte alla natura, senza la paura di commettere degli errori e nemmeno del giudizio degli altri. Se si fa un po’ di attenzione, chi dice di non avere mai sbagliato è perché in “montagna” non ci è mai andato davvero».